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Consueling psicologico

Psicoterapia

Valutazione DSA

Stimolazione cognitiva

Trattamento EMDR

Consueling psicologico

L’etimologia della parola counseling deriva dal termine latino ‘consulo’ che significa “aver cura”, “venire in aiuto”.

Il counseling è, dunque, una forma di intervento di aiuto psicologico, finalizzato a operare in ottica di promozione del benessere, più che cura della malattia.

Si configura come un sostegno nella presa di decisione allo scopo di creare le condizioni per un’autonomia decisionale e consentire all’individuo una visione realistica di sé e dell’ambiente sociale in cui si trova ad operare, in modo da poter meglio affrontare le scelte relative alla professione, al matrimonio, alla gestione dei rapporti interpersonali con la riduzione al minimo della conflittualità dovuta a fattori soggettivi.

Il focus è posto sul superamento di “crisi” più che di guarigione di una patologia psicologica, quali separazione/divorzio, malattie improvvise e invalidanti, traumi circoscritti nella vita di una persona.

Di norma è un intervento breve, con cadenza temporale definita: da un solo incontro fino a 15/20 incontri, di solito con frequenza settimanale, della durata fra un minimo di 30 minuti a un massimo di 50/60 minuti.

Lo strumento del cambiamento è la relazione.

La tecnica dell’intervento è il colloquio psicologico.

Psicoterapia

La psicoterapia è un percorso di conoscenza profonda del sé e delle dinamiche relazionali in cui l’individuo è inserito (coppia, famiglia, contesto sociale e lavorativo).

E’ parte di un percorso terapeutico più ampio che inizia con una fase di consultazione (3/4 sedute) attraverso la quale si analizzano le principali problematiche portate dal paziente, la sua storia di vita e relazionale.

Questa prima fase si conclude con la restituzione sul significato psicologico del sintomo e con la stipula di un “contratto terapeutico” tra paziente e professionista, concordando se, come e con che frequenza proseguire il percorso.

Valutazione DSA

I DSA sono disturbi di origine neurobiologica che si manifestano in presenza di un livello cognitivo nella norma,  di una scolarizzazione adeguata e in assenza di altri deficit sensoriali e neurologici. Il termine “disturbo” richiama la caratteristica di innatezza e resistenza all’intervento; “specifico” richiama il fatto di coinvolgere abilità specifiche in assenza di cadute in altre competenze; “dell’apprendimento” vuole richiamare il fatto che le cadute riguardano l’area delle competenze scolastiche.

 

I DSA comprendono 4 disturbi:

  • DISLESSIA: è il disturbo specifico della lettura e si caratterizza per la difficoltà ad effettuare una lettura accurata e fluente in termini di velocità e correttezza, può ripercuotersi sulla comprensione del testo;
  • DISORTOGRAFIA: è il disturbo specifico che riguarda la componente costruttiva della scrittura legata ad aspetti linguistici;
  • DISGRAFIA: riguarda la componente esecutiva, motoria di scrittura; si riferisce alla difficoltà di scrivere in modo fluido, veloce ed efficace;
  • DISCALCULIA: riguarda il disturbo nel manipolare i numeri, nell’eseguire calcoli rapidi a mente, nel recuperare i risultati delle tabelline e nei diversi compiti aritmetici.

 

Il Centro Archè collabora con una equipe autorizzata dall’Asl Milano ad effettuare attività di prima certificazione ed eventuale successivo trattamento.

Valutazione DSA

La Certificazione diagnostica di Disturbo specifico dell’Apprendimento che viene rilasciata è valida ai fini scolastici secondo quanto previsto dalla L. 170/2010.

L’iter diagnostico è costituita da diversi incontri:

  • Raccolta anamnestica e valutazione neurologica
  • Valutazione cognitiva
  • Valutazione degli apprendimenti scolastici (lettura, scrittura, comprensione del testo, abilità di calcolo)
  • Restituzione

Compongono l’equipe un neuropsichiatra, una logopedista e una psicologa.

 

A seguito del percorso diagnostico sarà possibile intraprendere un percorso riabilitativo finalizzato a fornire tutti gli strumenti necessari per conoscere e compensare il disturbo:

  • Potenziamento cognitivo;
  • Percorso sulle abilità metafonologiche per l’avviamento della letto-scrittura;
  • Potenziamento delle abilità di lettura e delle competenze ortografiche;
  • Potenziamento delle abilità di calcolo;
  • Potenziamento delle abilità coinvolte nella comprensione del testo;
  • Conoscenza e utilizzo dei vari strumenti compensativi;
  • Apprendimento di un metodo di studio.

Stimolazione cognitiva

Per poter definire al meglio il termine di stimolazione cognitiva, crediamo sia utile partire da una chiara spiegazione di che cos’è una demenza.

Con il termine demenza si indica una sindrome neurodegenerativa cronica che comporta la progressiva compromissione delle funzioni cognitive (memoria, attenzione, linguaggio, capacità di orientamento…) che incide significativamente sul comportamento della persona sino a privare la stessa di gran parte delle sue facoltà mentali.

Ai sintomi che riguardano la sfera cognitiva si accompagnano solitamente alterazioni della personalità e del comportamento, modificazioni del tono dell’umore o sintomi psicopatologici, che possono mutare lungo il decorso della patologia.

La demenza è una sindrome, ossia un insieme di sintomi che possono avere origini diverse.

Parlando di demenza, il termine riabilitazione può non sembrare il più indicato se, con esso, intendiamo letteralmente “riportare membra e funzioni menomate ad una normale funzionalità”.

Nel nostro caso, purtroppo, sappiamo bene che il deterioramento è inesorabile e la riabilitazione, in senso stretto, non costituisce un obiettivo realistico.

Tuttavia se riusciamo a superare il pregiudizio culturale secondo il quale non vale la pena prendersi cura di ciò che non può tornare completamente funzionante, esattamente come prima dell’evento traumatico, possiamo ipotizzare che anche le demenze possano e debbano essere curate.

Possiamo altresì affermare che curare non è necessariamente sinonimo di guarire. Curare significa letteralmente “prendersi cura di” e curare una persona con una malattia progressivamente ingravescente significa rallentare il peggioramento e migliorarne significativamente la qualità della vita.

La Stimolazione Cognitiva si configura quindi, come un intervento strategicamente orientato al benessere complessivo della persona, in modo da incrementarne il coinvolgimento in compiti finalizzati alla riattivazione delle competenze residue ed al rallentamento della perdita funzionale dovuta alla patologia.

Tenere impiegata una persona in un compito gradevole è positivo ed ha un valore protettivo e terapeutico scientificamente dimostrato, in quanto predispone una “riserva” che può ritardare la comparsa delle prime manifestazioni cliniche del disturbo.

La stimolazione rappresenta quindi il tentativo concreto di contrastare il declino cognitivo: fermo restando che i sintomi non possano essere eliminanti completamente è evidente che tale intervento possa rallentarne sensibilmente la progressione.

All’iniziale diffidenza del mondo scientifico per i trattamenti non farmacologici delle demenze si sta sostituendo, negli ultimi anni, un interesse crescente dovuto a due ordini di motivazioni. Innanzi tutto, i limiti dell’efficacia farmacologia impongono un approccio clinico multicomponenziale che abbia al centro non la guarigione (impossibile) del paziente, ma la cura (intesa come prendersi cura) della qualità di vita complessiva.

In secondo luogo l’evoluzione delle neuroscienze non ha fatto che incrementare i dati a sostegno del carattere plastico ed adattabile del sistema nervoso alle modificazioni interne ed esterne, comprese quelle dovute ad eventi traumatici o patologici. Per neuroplasticità si intende infatti la capacità del cervello di modificare la propria organizzazione strutturale ed il proprio funzionamento per adattarsi a nuove richieste.

Le complesse funzioni che il cervello presiede sono determinate dal numero delle connessioni che intercorrono fra le cellule nervose. Per chiarire meglio utilizzeremo la nota metafora automobilistica. Il sistema nervoso potrebbe essere paragonato ad un ricchissimo sistema stradale su cui viaggiano enormi quantità di informazioni. Normalmente per recarmi in auto da Ravenna a Bologna mi immetto in autostrada, il viaggio è solitamente piuttosto rapido e scorrevole. Qualora tuttavia, a causa di un incidente, l’autostrada sia bloccata potrò ugualmente raggiungere Bologna attraverso un ricco sistema di strade statali. Ci metterò più tempo, il traffico potrebbe essere meno agevole, potrei anche perdere la direzione corretta ma tendenzialmente raggiungerò il mio obiettivo.

L’attività mentale intrapresa, le esperienze ambientali, la qualità della formazione culturale e del lavoro svolto nel corso della vita, costituiscono potenti fattori che determinano il numero e la qualità delle connessioni attive. Quanto più una rete è dotata di numerose connessioni tanto più essa è ricca di percorsi alternativi che potranno sostituire e vicariare quelli eventualmente danneggiati dalla malattia o da piccoli traumi.

Non è solo il numero delle connessioni ad essere determinante ma anche la loro forza, ovvero la frequenza con la quale esse vengono utilizzate. Ogni volta che un tracciato viene percorso da nuove informazioni esso si stabilizza e consolida, cosi ché quanto più “spolveriamo” un ricordo o una abilità tanto più ne favoriamo il mantenimento.

Aver creato molte connessioni cerebrali e averle mantenute attive stabilizza la riserva cerebrale.

Mantenere cognitivamente impegnate le persone affette da deterioramento cognitivo facilita la permanenza temporanea di questa sorta di riserva cerebrale. Anche le persone con demenza sono ancora in grado di apprendere, consolidare o formare nuovi collegamenti, seppure in modo meno efficiente. Naturalmente questo processo non è in grado di compensare la degenerazione determinata dalla patologia, ma la contrasta consentendo il temporaneo mantenimento di alcune autonomie funzionali.

Trattamento EMDR

L’acronimo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) significa Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari. La Desensibilizzazione è riferita alla riduzione d’intensità dell’emozione percepita mentre si sta richiamando l’evento traumatico. La Rielaborazione si riferisce ai ricordi degli eventi traumatici che non sono stati adeguatamente elaborati nel momento in cui si sono verificati. I Movimenti Oculari sono solitamente utilizzati per fare in modo che i due emisferi cerebrali prendano parte alla procedura di elaborazione. […]

Ci sono momenti della nostra vita in cui si verificano eventi che ci sopraffanno, o perché in quel momento non siamo al massimo delle nostre forze, o a causa del forte impatto negativo dell’evento subito. Il nostro cervello viene “inondato” e non riesce a elaborare correttamente l’evento nel momento in cui si presenta. Il risultato è che le tracce di ciò che è successo –pensieri, sentimenti, sensazioni corporee, immagini e odori- rimangono in forma grezza, non elaborate, nel cervello.

Quando un evento presente si connette ad uno specifico evento traumatico del passato funziona come trigger (causa scatenante) per l’attivazione dei contenuti non elaborati. Questi contenuti, che sono mantenuti nella loro forma pura –pensieri, sentimenti, emozioni-, emergono nuovamente nel loro aspetto originale. In queste situazioni, proviamo nel presente tutte quelle emozioni che abbiamo provato quando si verificava quell’evento nel passato.

Con l’EMDR localizziamo i ricordi traumatici responsabili della nostra angoscia nel presente e successivamente procediamo con l’elaborazione, la quale permetterà di non attivare più quegli stessi sentimenti che abbiamo provato nel passato.

(Tratto da “Emdr Revolution. Cambiare la propria vita un ricordo alla volta. Una guida per i pazienti” di Tal Croitoru)

L’èquipe Archè

È omogenea nella sua eterogeneità, riuscendo a sfruttare le differenze insite nella formazione di ciascun componente per un pensiero unico e globale sul paziente.

Collaborano con noi anche: Ilaria Nutini, Gaia Ronzulli, Gabriella Zonca.